La sera del secondo giorno del Mese delle Ombre, Anno 568 — il Giorno dell'Aratro, come lo chiamano i contadini delle pianure — era calata su Aral Maktar con quella calma traditrice che la città conosce bene — la quiete che precede le notti difficili, quando le torce bruciano troppo lente e i cani nei vicoli tacciono senza ragione apparente. Nelle vie della città portuale il brusio delle conversazioni scorreva pigro tra taverne e cortili, e nessuno alzava la voce più del necessario.
Eppure il nome circolava già da settimane, sussurrato tra i soldati come si sussurra il nome di una malattia che si teme di invocare pronunciandolo ad alta voce. Gli orchi erano tornati nelle campagne attorno alla città: razzie notturne, sentinelle trovate sgozzate all'alba, fattorie ridotte a cenere senza che nessuno potesse dire quando fossero arrivati né da dove venissero. Apparivano e sparivano nelle foreste come ombre di una memoria antica, lasciando dietro di sé tracce pesanti nel fango e il silenzio dei morti.
Azog. Il vecchio capoguerra. Coloro che lo avevano affrontato in battaglia giuravano che fosse morto. Coloro che tornavano dai confini giuravano altrettanto che fosse vivo.
Quella sera, accanto alle scuderie della locanda, un gruppo di uomini si era riunito a parlare con il tono di chi vuole dimenticare per qualche ora ciò che sa. Kauul — veterano irriverente e custode di ogni vicolo buio di Aral — stava rivendicando con la sua consueta ironia il titolo di Re delle Fogne, sostenendo che nessun altro poteva vantare la sua dimestichezza con le creature delle profondità della città. Le risate erano genuine. Durano però poco.
Il primo urlo arrivò da lontano, gutturale e pesante come una pietra scagliata nel buio. Non era la lingua degli uomini. Non era neanche il verso di una bestia. Era qualcosa di antico, radicato in una rabbia che non conosce trattativa.
Poi il secondo.
Poi la parola che nessuno voleva sentire, urlata da una sentinella sulle mura con la voce spezzata:
— Orchi!
La città si svegliò di colpo. Dalle strade laterali e dalle zone esterne iniziarono a comparire figure massicce, armature di ferro grezzo e asce di pietra battuta. Gli occhi giallastri dei guerrieri orcheschi brillavano nella luce tremolante delle torce mentre avanzavano in formazione disordinata ma inarrestabile, spingendosi a vicenda con grida feroci. Tra le loro file correvano i goblin come cani da guerra sciolti dal guinzaglio, strillando e brandendo lame seghettate che non erano fatte per ferire con precisione ma per lacerare nel caos.
— Morte agli umani! Sangue per Azog! Branco!
I Dragoni Imperiali non si fecero attendere. Riconoscibili dalle armature pesanti e dai mantelli scuri, si schierarono tra le vie e le piazze con la disciplina forgiata in anni di servizio. Gli ordini furono gridati con voce dura e senza ripetizioni — ad Aral, i Dragoni non ripetono gli ordini. Le lame uscirono dai foderi con il suono preciso e definitivo dell'acciaio che conosce il proprio compito.
Il primo impatto fu brutale come ci si aspettava e peggiore di quanto si sperasse. Un orco si lanciò avanti brandendo un'ascia nodosa con entrambe le mani, ma un Dragone deviò il colpo con lo scudo e lo respinse con una spallata che avrebbe abbattuto un cavallo. Poco più in là un goblin si avventò contro un soldato con la velocità frenetica di chi non calcola il rischio: finì trafitto prima ancora di poter completare l'attacco.
La battaglia esplose in tutta la strada. Acciaio contro ferro grezzo. Ordine contro furia. Il clangore dei colpi rimbalzava tra i muri della città e si mischiava alle urla in due lingue — quella di chi difende, tesa e fredda, e quella di chi assalta, rauca e senza freno.
Fu allora che lo videro.
Si aprì un varco tra le file orchesche come si apre il mare davanti a qualcosa di troppo grande per essere fermato. Una figura che superava le altre di una testa intera — spalle larghe come un portone di fortezza, braccia che reggevano una pesante coda di drago, tanto massiccia da sembrare forgiata non per gli uomini ma per qualcosa di precedente agli uomini. La pelle aveva il colore della roccia lavata dalla pioggia. Le cicatrici su quel corpo erano così numerose da sembrare un disegno.
Sollevò la mazza verso il cielo notturno.
E ruggì.
— Io sono Azog. Sono tornato per uccidervi.
La sua voce rimbombò tra le case come un tuono basso e prolungato. Per un momento la battaglia sembrò fermarsi — non per paura, ma per quel riconoscimento istintivo che i corpi hanno davanti a qualcosa di eccezionale. Da entrambi i lati. Poi il capoguerra si lanciò in avanti e lo scontro riprese con furia ancora maggiore.
Azog combatteva come un ariete — non cercava schivate, non calcolava aperture, non aspettava il momento giusto. Avanzava, colpiva, avanzava ancora. Ogni fendente faceva arretrare chi lo riceveva di tre passi anche se lo reggeva con lo scudo, e più di uno scudo non lo resse. I Dragoni Imperiali cambiarono tattica: smisero di affrontarlo singolarmente e gli si strinsero attorno come una morsa, costringendolo a difendersi su più fronti, rifiutando il terreno che lui cercava di prendere con la forza bruta.
Attorno a lui la battaglia aveva il suo ritmo spietato. Colpi di spada e mazza, scudi spezzati, il rumore sordo dei corpi che cadono sul selciato. Uno dopo l'altro gli orchi iniziarono a cedere terreno. Il branco perse compattezza quando i suoi guerrieri più forti caddero o si ritirarono. I goblin — che si battono con il coraggio dei numeri e la velocità del disordine — si dispersero non appena videro che i numeri non erano più dalla loro parte.
Quando infine la furia dello scontro si spense, la strada era cosparsa di quel che rimane dopo una battaglia combattuta vicino alle mura di una città: scudi scheggiati, corazze a fasce, lame ancora sporche di sangue, stivali di cuoio grezzo da cui erano fuggiti i loro proprietari. E silenzio, il silenzio pesante che segue il rumore del ferro.
Il nome di Azog, che per mesi aveva aleggiato tra le mura di Aral come una minaccia senza volto, si spense quella notte insieme al suo portatore. I Dragoni Imperiali strinserono il cerchio, e il capoguerra — che aveva abbattuto scudi e uomini come un vento di ferro — cadde sotto i colpi di chi non aveva ceduto terreno. Lentamente, pesantemente, come cadono le cose che sembravano inamovibili.
Restava solo il respiro pesante dei sopravvissuti, il crepitio delle torce nel buio, e il corpo di Azog nel mezzo della strada — enorme anche da morto, con la coda di drago ancora stretta in una mano che non sapeva lasciare la presa.
Tutti sapevano che quella notte sarebbe stata ricordata. Non perché fosse stata vinta — Aral Maktar aveva vinto battaglie molto più grandi — ma perché gli orchi avevano osato portare la guerra fin sotto le sue mura. E perché il loro capoguerra, che molti giuravano fosse morto, lo era davvero adesso.
Nei Registri dei Dragoni, alla voce del Giorno dell'Aratro, secondo del Mese delle Ombre, Anno 568, fu annotata una sola riga: "L'assalto fu respinto. Il capoguerra Azog fu ucciso in battaglia. La minaccia è cessata."
Chi conosce i Dragoni sa che quando scrivono che la minaccia è cessata, intendono dire che quella minaccia, almeno, non tornerà più.
— Fine —