All'estremo nord del continente di Rasserim, dove la terra finisce e il mare comincia a morire sotto la morsa del ghiaccio, sorge Capo Nevoso. Non è un posto in cui si sceglie di vivere: è un posto in cui si finisce, per necessità o per fuga. I pescatori che vi abitano hanno imparato a non guardare troppo lontano verso l'orizzonte — lì, oltre la linea di confine tra l'acqua scura e il cielo basso, non c'è nulla che un uomo sano di mente voglia trovare.
L'unico edificio degno di nota è la locanda della Balena Bianca, che si erge a pochi passi dal porto come un pugno chiuso contro il vento. Le sue pareti di legno scuro sono incrostate di sale e di anni, le travi del tetto si piegano leggermente verso est — dove soffia sempre, il vento, in quel posto. Dentro, il fuoco del camino non si spegne mai del tutto, e l'aria odora di pesce, di birra riscaldata e di qualcosa di indefinibile che potrebbe essere rassegnazione o, nei momenti migliori, cameratismo.
Fu lì che il gruppo si riunì. Qualcuno mangiò in fretta — salsiccia, pesce, un sorso di qualcosa di forte — mentre i piani venivano discussi a bassa voce, con gli occhi bassi e le spalle vicine. Il Nostromo era sbarcato a Capo Nevoso. Nortumal, uomo di mare e predatore di terre e di uomini, si era rintanato da qualche parte tra le rocce del promontorio settentrionale. Trovarlo non sarebbe stato difficile. Raggiungerlo, un'altra storia.
Il sentiero che sale oltre il villaggio non è fatto per chi ha fretta. Si inerpica lungo il fianco orientale della montagna su un lastricato di ghiaccio e neve compressa che rende ogni passo una decisione da prendere con cura. Lo spazio è stretto, la visibilità quasi nulla, e il vento — quello stesso vento che storce le travi della Balena Bianca — soffia laterale e tagliente, come se volesse spingere i forestieri giù per la scogliera. Il gruppo avanzò in silenzio, stringendosi tra le ombre della roccia, controllando ogni angolo, ogni apertura. Nessuno parlava più del necessario.
La discesa verso il promontorio portò a una grotta macabra e silenziosa, il cui ingresso sembrava quasi naturale — quasi, se non fosse stato per i segni di chi ci viveva dentro da tempo. Il pavimento era irto di stalagmiti appuntite come denti. Le pareti erano state scavate per ricavarvi giacigli. Al centro campeggiava uno strano marchingegno che nessuno seppe nominare. Una torcia ardeva su un sostegno di ferro.
E c'erano le trappole. Una scattò prima ancora che il gruppo avesse il tempo di capire dove fosse. Il messaggio era chiaro: il Nostromo sapeva che prima o poi qualcuno sarebbe venuto a cercarlo.
Spiando oltre il varco settentrionale lo videro. Nortumal il Nostromo era lì al centro, sotto la luce che filtrava fredda da un buco nel soffitto, affiancato da una grande gabbia per animali selvatici e da strumenti che non appartenevano a quel luogo — un telescopio puntato verso il cielo, una meridiana inutile. Si toccava il naso in continuazione, con un gesto nervoso e ritmico, come un orologio che non si può fermare.
I preparativi furono brevi e silenziosi. Chi sistemò l'armatura, chi bevve un ultimo sorso, chi sparì tra le ombre senza dire niente.
— Avanti.
Nortumal non aspettò di essere attaccato. Si scagliò come una bestia non appena il primo guerriero varcò la soglia, il falcione nero di mithril che fischiava nell'aria. Si batté con chiunque si avvicinasse, parando colpi da ogni direzione con uno scudo di metallo e una velocità che non ci si aspettava da un uomo del suo peso. Braccia e gambe coperte di cicatrici raccontavano di battaglie sopravvissute; il grande naso a patata e gli occhi neri intensi componevano un viso che non conosceva la paura. Sul petto, tatuata in nero, una enorme N.
Per un tempo che parve lungo, il combattimento rimase incerto. I colpi si moltiplicavano da ogni lato, eppure il Nostromo teneva. Parava, bloccava, incassava i graffi minori come se non esistessero. Quando uno dei compagni riuscì con una finta fulminea a fargli volare il falcione dalle mani, nella stanza ci fu un momento di sospensione — quasi stupore. Nortumal lo guardò volare via, poi portò la mano alla schiena, estrasse con calma l'arpione da pesca dalle punte annerite e lanciò un urlo terrificante che rimbalzò sulle pareti di roccia fino a fare ondeggiare la fiamma della torcia.
Quello che seguì fu il momento più buio. Con l'arpione il Nostromo si aprì come un vortice, colpendo chiunque osasse avvicinarsi — volti, teste, braccia, cosce. L'arpione trovò anche il collo del condottiero, una fitta acuta e bruciante. Qualcuno cedette al panico e fuggì. La ritirata, per chi era ancora in piedi, fu inevitabile.
Ma il combattimento non finì. I compagni più ostinati tennero duro, uno dopo l'altro, cambiandosi di posto, rifiutandosi di cedere il terreno. Il pavimento si macchiò di sangue su ogni lato. Nortumal rallentò — lo si vide persino cadere in ginocchio per un momento, poi rialzarsi come una cosa che non vuole morire.
— Pagherete! — urlò.
— Sarai tu a pagare per le tue malefatte — rispose il condottiero dalla soglia, la voce roca per il colpo ricevuto. — Oggi c'è la resa dei conti.
Poi, silenzio. Un urlo agonizzante echeggiò dal centro della grotta — il tipo di urlo che non lascia dubbi su cosa significhi. Non quello di un uomo che chiede aiuto, ma quello di uno che sa che è finita e lo dice al mondo intero con tutto il fiato che gli rimane.
Il corpo di Nortumal il Nostromo giaceva sul pavimento insanguinato. Attorno stavano i sopravvissuti: chi riprendeva fiato lentamente, chi aveva il corpo ancora sporco di sangue, chi guardava senza dire niente. Qualcuno sogghignò. Un altro sputò per terra con disprezzo, senza cercare altre parole.
Fu chi aveva ceduto al panico — e poi era tornato — ad avvicinarsi per primo al cadavere. Sfilò con gesto deliberato l'orecchino a forma di ancora dall'orecchio destro del Nostromo e se lo infilò nel proprio. Poi lanciò un urlo che sembrava rispondere a quello del nemico morto, chiudendo un cerchio che solo lui capiva fino in fondo.
L'armatura di pelle di capodoglio, lo scudo, l'arpione dalle punte annerite: tutto fu raccolto e portato via. Il gigantesco forziere di quercia borchiato aspettò pazientemente il suo turno. La meridiana continuò a non misurare niente. Il telescopio rimase puntato verso un cielo che da là sotto non si vedeva.
La comitiva uscì dalla grotta nel vento di nordovest, che nel frattempo si era fatto più forte. Più tardi, sulla scogliera alta dove le onde si frantumavano contro la roccia, scaricarono il bottino a bordo di una grande nave di quercia. Qualcuno spense una lanterna. Qualcuno chiese se si salpava.
Capo Nevoso rimase alle spalle, con la sua locanda, il suo odore di sale e il suo fuoco che non si spegne mai del tutto.
— Fine —