Gli Eliantiriani lo sanno da sempre: il mare non porta nulla di buono. È scritto nei loro proverbi, nei loro sogni, nel modo in cui i pescatori del porto basso guardano l'orizzonte al calar del sole — non con curiosità, ma con la diffidenza silenziosa di chi attende qualcosa che prima o poi arriverà. Il mare è smarrimento. Il mare è divisione. Il mare è la voce degli abissi che chiama i vivi verso il nulla.
Quella notte, il mare aveva risposto.
Nessuno la vide arrivare. Comparve nell'oscurità come un pensiero malvagio: prima un'ombra tra le onde, poi una sagoma che si faceva sempre più solida sotto il cielo senza stelle del Mese del Lupo. Si chiamava Octavia. Un vascello corsaro, lungo e scuro come una ferita nell'acqua, che gettò silenziosamente l'ancora al largo delle luci di Aral Maktar — abbastanza vicina da minacciare il porto, abbastanza lontana da beffare le pattuglie notturne.
Dalle sue murate scesero uomini armati. O almeno, creature che una volta lo erano state.
La notizia corse per la città con la velocità propria delle cattive novelle. Gli avventurieri che vegliavano nei pressi del porto radunarono i loro compagni con la stessa urgenza di chi sa che rimandare significa perdere. Tra di loro c'era il Generale dei Dragoni di Aral — e dove c'era lui, non c'era luogo per l'esitazione.
Trovarono imbarcazioni. Attraversarono l'acqua nera. Abbordarono l'Octavia.
Ciò che li accolse sul ponte non era carne né sangue. Erano ossa. I corsari dell'Octavia erano scheletri — resti umani animati da una volontà oscura e straniera, armati come in vita, feroci come la morte stessa. Un abominio agli occhi di Alisard, un insulto alla Legge che regola l'ordine del mondo. Per un Eliantiriano, nulla è più perturbante del confine tra i vivi e i morti che viene violato: il soprannaturale è una minaccia che non si comprende, solo si teme o si distrugge.
Quella notte si scelse di distruggere. Senza pietà, senza esitazione, i soldati della capitale smantellarono uno dopo l'altro quegli abomini che calpestando i ponti dell'Octavia osavano ancora fingersi guerrieri. L'acciaio imperiale parlò chiaro: dove passa la giustizia di Alisard, il caos si ritira.
Ma il caos, quella notte, aveva ancora un nome.
Sul castello di poppa, nell'ombra più profonda della nave, li attendeva Traaver l'Abbordatore. Chiunque avesse mai percorso le rotte di Landmar conosceva quel nome, o almeno ne conosceva la leggenda: uno dei corsari più pericolosi che infestassero i mari, un uomo la cui reputazione era costruita sull'abitudine di sopravvivere a tutto. La sua frusta sibilò nell'aria prima ancora che qualcuno potesse parlare, e si abbatté sul Generale dei Dragoni con la precisione di chi ha già vinto cento battaglie prima di questa.
Tutti si gettarono nella mischia. Lo scontro fu brutale e lungo oltre ogni aspettativa. Traaver non combatteva come un uomo che vuole vincere — combatteva come uno che sa di essere già morto e ha scelto di costare caro. Ogni colpo ceduto era pagato il doppio. Ogni momento in cui sembrava cedere, trovava un angolo di violenza ancora inesplorato. La superiorità numerica degli uomini di Aral contava poco contro la ferocia concentrata di quell'uomo enorme, e per lunghi, interminabili minuti il ponte dell'Octavia rimase un teatro di ferro e sangue senza un esito certo.
Poi, infine, cadde. Traaver l'Abbordatore toccò il legno bagnato del suo stesso vascello, e su di lui scese la giustizia affilata di Alisard — definitiva come sempre, misericordiosa come mai.
I Dragoni tornarono a riva all'alba, stanchi e feriti, portando con sé la consapevolezza di qualcosa di nuovo. Non si trattava di una razzia isolata, di un predone solitario spinto dall'avidità o dalla fortuna. Questo era qualcosa di diverso. Un vascello senza uomini vivi. Un comandante che sembrava atteso da quegli abissi da cui era emerso.
I Corsari erano arrivati a Landmar. E l'Octavia non era che la prima delle loro vele nere.
Questa cronaca è stata redatta dall'Accademia di Storia Imperiale di Aral, su testimonianza dei valorosi che parteciparono all'abbordaggio. Che il loro coraggio serva da monito e da esempio per coloro che verranno dopo, nel nome di Alisard e della Legge Imperiale.
— Fine —