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Avventura  ·  I Vecchi Moli

L'Ultimo Ormeggio della Vecchia Nonna

dai Registri dell'Accademia di Storia Imperiale di Aral

Il vento portava l'odore della salsedine e del legno marcio quando il gruppo si fermò davanti alla porta. Le assi erano sepolte sotto uno spesso manto di muschio verdastro; la maniglia, divorata dalla ruggine, sembrava sul punto di sgretolarsi al solo tocco. Nel fianco della nave qualcuno aveva intagliato, secoli addietro, la testa di un pesce spada — totem o avvertimento, era difficile dirlo. Le torce furono sollevate, le lame impugnate, e il gruppo entrò.

L'interno del relitto li accolse con il silenzio pesante dei luoghi abbandonati. Grandi ragnatele penzolavano dal soffitto come tendaggi funebri. Il planciato scricchiolava a ogni passo. Al centro dell'imbarcazione la visuale si apriva in tutta la sua tetra bellezza — e fu lì che i corsari li trovarono.

Lo scontro fu breve e violento. Scimitarre dalla lama nera cozzarono contro acciaio e mithril; catene chiodate fischiarono nell'aria. Una lama scattò di sorpresa nel mezzo di un'intercettazione, un corsaro fu disarmato con una finta fulminea, un altro cadde decapitato con un unico giro di spada. Quando l'ultimo urlo si spense, si sentiva solo il sibilo del vento tra le fessure dello scafo.

Il gruppo avanzò, stanza per stanza, tenendo il ferro in pugno. Le cucine erano infestate di topi. Il refettorio puzzava di abbandono. Le scale verso il ponte nobile erano le uniche a conservare un brandello di decoro — il velluto rosso degli scalini ancora intatto, come se nessuno avesse mai osato salire abbastanza in fretta da consumarlo.

In fondo al corridoio trovarono una statua rozza intagliata nel legno grezzo: un marinaio con le braccia conserte, il volto rivolto verso l'osservatore, e la gamba sinistra mancante. Chi capì infilò qualcosa nella cavità, e con uno scricchiolio profondo una botola nascosta si aprì sul soffitto. Poco più avanti, incisa a fuoco su una trave, una marchiatura — il nome del comandante del vascello.

Iankul l'Artigliere.

La torcia guizzò quasi spegnendosi al passaggio di una corrente d'aria, poi tornò vivida. Come se la nave stessa avesse esalato un respiro.

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La Picca d'Argento

Arrivò dall'alto, attraverso la botola, senza preavviso.

Iankul l'Artigliere era una figura costruita apposta per incutere terrore: il corpo coperto di cicatrici fino alla faccia, solcata da due enormi cuciture che la dividevano in quattro parti come una mappa di battaglie perdute. I capelli radi, i denti ridotti a un terzo, le braccia come radici di quercia. Sul petto, tatuato in inchiostro scuro, un pesce spada mostruoso — lo stesso che aveva accolto il gruppo all'ingresso. Sul fianco, la lunga picca d'arrembaggio di mithril brillava come argento sotto la torcia.

Non parlò. Attaccò.

I suoi filibustieri arrivarono subito dopo, sciamando dalla botola per fare muro attorno al loro capitano. Ogni tentativo di raggiungerlo si scontrava con un corpo che si gettava in mezzo. Le lame scivolarono via — deviate, deflesse, schivate — come se l'uomo fosse rivestito di qualcosa di più duro dell'acciaio. Un colpo al fianco, un fendente al braccio: tutto respinto con la stessa distratta facilità con cui si scaccia una mosca.

Poi arrivò il contrattacco. La picca di mithril descrisse un arco e colpì tutto ciò che aveva davanti: una striscia di ferro e dolore che attraversò gole, spalle, polpacci e fianchi in una sola devastante rotazione. Chi era già provato dallo scontro coi filibustieri fu ridotto in fin di vita.

Il gruppo si ritirò.

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Ferro su Ferro

Il corridoio era buio e silenzioso. Le ferite vennero tamponate come si poteva; ci volle tempo prima che le gambe tornassero a reggere il peso dei corpi. Si mangiò qualcosa. Si aspettò.

Iankul non inseguì — forse riteneva la battaglia già vinta, o forse aveva semplicemente altro da fare. Quando la porta in cima alle scale si riaprì, fu dall'interno.

L'Artigliere discese nel corridoio con un urlo che fece tremare le pareti. La stessa furia, la stessa velocità, la stessa apparente invulnerabilità. Lame su lame, tentativi di disarmo frustrati uno dopo l'altro. La picca di mithril continuò a devastare — colpi al collo, ferite distribuite tra chi osava avvicinarsi troppo. Iankul ringhiava come un animale.

Ma qualcosa stava cambiando.

Le ferite si accumulavano — minuscole, quasi impercettibili, ma continue. Il sangue scorreva. Poi, con un movimento veloce e preciso, la picca fu finalmente strappata dalle mani dell'Artigliere e fatta volteggiare lontano. Iankul si trovò disarmato per la prima volta.

Continuò a combattere a mani nude — ed erano comunque pericolose, quelle mani — ma qualcosa si era rotto nell'equilibrio della battaglia. Le ferite non rimarginavano più abbastanza in fretta. Una lama affondò nel ventre dell'Artigliere con tutta la forza disponibile. Iankul vacillò — ferito mortalmente, ma ancora in piedi, ancora combattendo, ancora ringhiante. Poi arrivò il colpo finale.

L'ultimo urlo di Iankul l'Artigliere risuonò sul ponte di avvistamento e si dissolse nel vento del mare.

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Il Silenzio dopo la Battaglia

Il gruppo rimase immobile per qualche secondo, in quel silenzio denso che seguiva ogni grande battaglia — il silenzio in cui si torna a sentire il proprio respiro e ci si accorge di quante cose fanno male. Il corpo dell'Artigliere giaceva tra le macchie di sangue, il tatuaggio del pesce spada immobile sul petto per sempre. La picca di mithril era a pochi passi, abbandonata sul legno scuro.

Un grido si levò tra i compagni e si perse verso il cielo aperto sopra al ponte di avvistamento.

La grande statua del pesce spada troneggiava ancora sul pontile, silenziosa testimone. Aveva visto arrivare Iankul, molti anni prima. Aveva visto arrivare loro, quella notte. Di tutto il resto — i morti, il sangue, le battaglie combattute in quei corridoi — non aveva mai detto nulla, e non avrebbe detto nulla adesso.

— Fine —

Dai registri dell'Accademia di Storia Imperiale di Aral